Nam Jai

La prima missione TAKE ME BACK
                 
Nam Jai non ha una vera e propria traduzione in italiano. Forse perché lo spirito che si cela dietro queste due parole si è un po' perso in occidente.
Nam, Acqua. Jai, Cuore.

Letteralmente, Acqua del Cuore. Due parole che descrivono il sentimento di generosità che nasce in un uomo quando si sacrifica per aiutare un amico, o uno straniero bisognoso di accoglienza. Detto altrimenti, si tratta del provare gioia nel sacrificarsi per qualcuno che ha bisogno.
Nam Jai è stata la frase che ha chiuso questa storia, e a mio parere non esiste modo migliore per iniziare un racconto, questo, così da circonfonderlo da una vasta e perdurante aura di positività.

Si tratta di un racconto di viaggio che ci ha regalato tantissimi eventi casuali che si sono incastonati positivamente e perfettamente con i nostri obiettivi. “Quanto a caso è il caso?” chiedeva provocatoriamente lo scrittore William Burroughs. Beh, questa è un’altra storia nella quale possiamo testimoniarvi quanto il caso non sia poi così... casuale.

1 – L’idea

Come la maggior parte delle idee, anche questa sembra essere nata casualmente grazie ad una serie di coincidenze che ne hanno generato l’opportunità. Durante le nostre ricerche di persone che avessero bisogno di far recapitare qualcosa in qualche luogo sperduto del mondo, ci siamo ritrovati a chattare con Putty, amica thailandese conosciuta anni prima in una di quelle circostanze d’incroci che la vita sa riservare. È stata lei a raccontarci quello che stava facendo dalle sue parti, vale a dire aiutare piccoli villaggi insegnando gratuitamente nelle loro scuole. Energizzati dai suoi racconti emozionanti le abbiamo chiesto di filmare e inviarci un video di questi bimbi mentre esprimevano il desiderio di ricevere quello di cui avevano più bisogno. Alcuni giorni dopo abbiamo visionato questo video che mostrava sette ragazzini agghindati con costumi tipici del loro villaggio, intenti a chiederci materiale scolastico e un impianto di filodiffusione audio per tutta la scuola. Il videomessaggio chiudeva con una frase perentoria, cantata in coro:
“Because we want to study”.
Piacevolmente sorpresi dalla insolita richiesta – dato che in quest’altra parte di mondo siamo più abituati a richieste come Iphone, giocattoli, ecc. – abbiamo cominciato a ragionare su come poter accontentare quei bellissimi sorrisi.
Dopo aver riflettuto per bene su come effettuare la consegna siamo giunti alla conclusione che la scelta migliore fosse raccogliere soldi tramite un portale di crowdfunding,

recarci sul posto per acquistare la merce e poi effettuare la consegna, filmando tutto con un video in modo che i donatori avessero potuto constatare cos’era stato fatto con i loro soldi, oltre a ricevere lo shock emozionale – speravamo – di una più autentica e fattiva esperienza di generosità.

Presi quindi dall’entusiasmo, e al fine di richiedere la cifra ed acquistare tutto il necessario, ci siamo messi subito all’opera per realizzare un video che riuscisse a colpire nel segno.

Non è stato semplice, all’inizio. In primis perché registrare un video ad effetto comporta il saper stare davanti una telecamera, e noi due siamo più tipi da numeri, organizzazione e contabilità, piuttosto che “influencer” alla ricerca di followers su YouTube. Siamo riusciti a creare qualcosa di decente solo dopo centinaia di prove e svariate ore di editing del materiale registrato. E questo è l’ennesimo esempio di come, quando si è testardi nel credere davvero in qualcosa, volendo si riesce anche a raddrizzare le gambe ai cani.

Detto questo, il lavoro più duro è arrivato col video piazzato sui blocchi di partenza, pronto ad essere lanciato verso quante più persone possibili. A pensarci adesso è quasi paradossale. Si può essere i migliori comunicatori, degli esperti del video-editing, il top dei videomaker sulla piazza, ma il consolidarsi delle piattaforme social quale mezzo di comunicazione e condivisione rende molto più complicato raggiungere gli altri. È quindi vero chi afferma che l’accesso ha prodotto un eccesso. Lo realizzi quando ti accorgi che la mole sconfinata di informazioni che passano sui social media non fa altro che tenere la tua col muso schiacciato a terra, ad arrancare.


Se prima avevamo una Fiat Cinquecento per percorrere una strada deserta, e adesso abbiamo una Ferrari su di una strada iper-tecnologizzata, la differenza è che ora ci sono milioni di Ferrari sulla stessa strada. Risultato? Ingorgo e confusione a massima velocità. Per due persone inesperte alla ricerca di un modo per interessare il mondo al proprio progetto, tutto questo si traduceva in un’unica cosa: caos. Puro e semplice caos.

Dopo aver messo on-line il nostro video sul portale di crowdfunding GOfundme ci siamo dedicati alla ricerca di persone, o meglio professionisti che potessero darci una mano con lo sviluppo di Take Me Back. “Casualmente” il nostro percorso è stato incrociato da due persone eccezionali. La prima è stata Barbara, giornalista abruzzese con una passione smisurata per i viaggi e la beneficenza. Leo invece, designer e grafico di origini venezuelane, si è distinto subito per la sua fissa professionale di sposare soltanto progetti che stimolano la sua fantasia.

Donando gratuitamente il loro tempo e lavoro a Take Me Back, questi due meravigliosi professionisti e amici sono stati fondamentali per la riuscita finale della nostra prima missione di solidarietà.

Il tempo sembra scorrere più velocemente quando si lavora duro. Ci siamo ritrovati ad una settimana dalla partenza con l’acqua alla gola. Mille cose ancora da sistemare e troppe poche mani per realizzarle. Ma come spesso ci è successo in questa favola abbiamo trovato l’ennesima, perfetta persona per il nostro progetto: Giuliana, studentessa con un’ottima conoscenza della lingua inglese e di quella spagnola, che in maniera gratuita si è offerta di tradurre la mole dei nostri contenuti sia sul sito che sulla pagina Facebook.
Una vera manna dal cielo.

La sera prima del giorno di partenza era tutto magicamente pronto, assieme ai tremila e settecento euro raccolti grazie a tante persone e amici che hanno creduto nel sogno di due ragazzi assolutamente convinti della possibilità di realizzare questa missione.

Solo una cosa adesso restava da fare: partire alla volta della Thailandia.

2 – Il viaggio

«Ma prima o poi ci sarà una nuova generazione di giovani che svegliandosi dal torpore, nel quale il potere li ha intrappolati, rovisteranno nelle soffitte impolverate dei loro genitori e troveranno uno zaino e un sacco a pelo e a questo punto andranno “lungo la strada” a riprendere il cammino interrotto» – Jack Kerouac.

È su questo desiderio che si basa il nostro progetto: un bisogno che in fondo all’anima di ogni uomo cerca con forza di emergere, incontrando l’opposizione di uno stile di vita sempre più chiuso in zona comfort, sempre più statico. Nelle nuove generazioni questo desiderio sembra tornare a galla con più forza, regalandoci grandi speranze per tutte le prossime missioni. Perché tutto quello che facciamo può essere compreso in pieno soltanto ascoltando la voglia di scoprire, di guardare oltre al proprio naso e viaggiare.

Il mattino della partenza il cielo si riempiva di nuvole grigio perla. I primi fili di luce riflettevano sulle finestre esposte ad est, e le foglie di una quercia cadevano incorniciando il vialetto di casa. Visto dai nostri occhi, sembrava il giorno perfetto, il mattino ideale.

Arrivati in stazione trovammo ad aspettarci il treno delle sette e dieci, come se senza noi non sarebbe partito mai. Dopo circa trenta ore di viaggio – tra treno, attese e aereo – arrivammo a Bangkok, città dalle mille luci deformate dalle nubi di gas di scarico delle centinaia di migliaia di auto. Senza perdere tempo ci dirigemmo verso il nostro ostello, sito nelle vicinanze dell’aeroporto. Neanche il tempo di salire in stanza che ci ributtammo subito tra le strade di Bangkok, per cercare qualche ristorante tipico. Ne trovammo uno dove la clientela presente era soltanto thailandese. Ordinammo senza neanche sapere in quale lingua, dato che nessuno in quella specie di taverna conosceva l’inglese. Ci servirono un ottimo Pad Thai, cioè noodles di riso condito con tante spezie in brodo, perlopiù piccanti, e insaporito da noccioline trite e da un tipo di verdura chiamato lemon grass, dalla forma simile all’erba cipollina ma con un magnifico sapore di lime. Divorammo avidamente la meraviglia culinaria, e non contenti ordinammo quello che i nostri vicini di tavolo stavano mangiando avidamente, una sorta di zuppa di pesce e verdura servita in una scodella di terracotta dalla forma irregolare, posizionata su di un piccolo braciere ardente. Davvero fantastico.

Dopo l’abbuffata tornammo in stanza per riposare, dato che l’indomani avremmo dovuto prendere un altro aereo. Viaggiare così tanto procura solitamente una certa stanchezza, eppure noi eravamo stranamente carichi. Ci sentivamo abbracciati da un’energia positiva che cresceva pian piano che ci avvicinavamo al luogo della consegna. Svegli all’alba prendemmo il charter Bangkok – Chiang Rai. Al nostro arrivo ci recammo presso l’ufficio della compagnia di noleggio auto “Budget” per ritirare il nostro pick-up sgangherato da quattro soldi. “Casualmente” ci comunicarono, scusandosi, che il relitto da noi prenotato era stato assegnato per errore ad un altro cliente, e quindi ci avevano riservato un meraviglioso e nuovissimo Mitsubishi 4×4.
Tirammo a sorte per decidere chi dovesse guidare: vinsi io. Partimmo, e sin da subito il paesaggio si rivelò suggestivo, fra colline e risaie intervallate da piccoli villaggi di contadini. Ci fermammo al primo spazio disponibile a bordo strada: il sole che attraversava le fitte foglie e l’odore acre degli alberi della gomma risospinto da una leggera brezza ci trasmisero una sensazione estatica di pace.

Fu quello l’esatto momento in cui cominciammo davvero a realizzare quello che stavamo per fare. Dopo aver fissato l’adesivo magnetico TAKE ME BACK in bella mostra sul portellone posteriore del pick up, puntammo in direzione Chiang Khong, punto d’incontro con il nostro Corriere Solidale Putty, il contatto thailandese che si era occupato dell’acquisto e della organizzazione pratica della consegna. Ci incontrammo presso un ristorante di proprietà di alcuni suoi amici a Chiang Khong, dove lei aveva già meticolosamente preparato tutto il materiale, suddividendolo per fasce di età in svariati cartoni da quaranta per quaranta.

Putty aveva svolto un lavoro perfetto, maniacale. Caricammo tutto sul Mitsubishi, e come piccole api costruimmo la nostra arnia in pochissimo tempo, stipando i cartoni l’uno sull’altro.

Il sole era alto in cielo, il caldo ci imperlava la fronte sporca di polvere e i clacson delle auto nel traffico in lontananza risuonavano in una infinita eco. Eravamo pronti per lasciare quel posto, pronti a raggiungere il villaggio di Tung Na Noi, specchio della vera Thailandia, dove gli abitanti vivono in funzione della comunità, la comunità vive in funzione dei frutti della terra e dove, infine, la terra e i suoi frutti vivono in funzione del lavoro dell’uomo, chiudendo un semplice e meraviglioso cerchio vitale.

3 – Tung Na Noi

Il fuoristrada sobbalzava lungo uno stretto e irto sentiero, per lo più non asfaltato, mentre l’aria si faceva sempre più fresca e il profumo della terra sostituiva quello del petrolio. La vegetazione sembrava riprendersi quello che era suo di divino diritto. Il paesaggio tropicale aveva un effetto rilassante ma allo stesso tempo energizzante sui nostri corpi. Non saprei bene come spiegarlo. Era una sensazione inconscia, abbracciante, come se dopo tanto tempo fossimo tornati a casa.

Inerpicandoci sul sentiero le abitazioni si trasformavano in capanne, e gli uomini, le donne e i bambini si muovevano più lenti, ma con sorrisi più grandi. Parcheggiamo il pick up di fronte la scuola di Tung Na Noi, che data la sua grandezza e modernità si stagliava disarmonica rispetto alle piccole case che componevano il villaggio. Scaricato il materiale ci dirigemmo verso l’abitazione del direttore della scuola – una casetta su due piani, l’unica dell’intero villaggio – per fare le presentazioni ufficiali e dare tregua ai nostri piedi provati. Sarebbe stato lì che avremmo pernottato la sera stessa quali “ospiti importanti”.

Ci sedemmo attorno ad un tavolo circolare in pietra posto all’esterno dell’abitazione, sotto la piacevole ombra che veniva fornita dalla terrazza del secondo piano. Il direttore era un uomo di mezz’età con un viso buono, segnato comunque da quelle espressioni tipiche dell’uomo di comando. Faceva un effetto strano guardarlo e parlare con lui, perché se da un lato – grazie ai suoi occhi sempre stretti come mezze lune nel sorriso – sembrava il classico zio buono, pacioccone e simpatico, durante i discorsi aveva uno sguardo serio e penetrante, che incuteva una specie di timore reverenziale. Chiunque avrebbe rispettato il direttore semplicemente guardandolo.

Prima di cominciare il tour nel paesino montano il direttore ci spiegò che a Tung Na Noi i forestieri non erano visti di buon occhio, dato che in passato erano stati capaci di portare solo droga e prostituzione. Riguardo a noi era diverso. Sapevano del nostro arrivo, sapevano quello che eravamo venuti a combinare e quante energie e lavoro avevamo infuso per aiutare i loro figli. Questo cambiava tutto, e lì nel villaggio non eravamo considerati né forestieri né tantomeno sconosciuti. Anzi, dopo la consegna ci saremmo accorti di quanto loro ci ritenessero veri e propri membri della comunità, parte di una grande e unita famiglia. Girammo tra i viottoli, fra passaggi di terra affluenti di un’unica strada semi asfaltata che correva e si snodava al centro del villaggio. Visitammo quindi la prima casa, quella del vice sindaco di Tung Na Noi. Di fronte l’uscio, coperti da una veranda in lamiera e legno, c’erano quattro uomini intenti a spezzettare carne di wild chicken – tipico pollo thailandese dal piumaggio nero. Tra una risata e l’altra si passavano di mano in mano un bicchierino contenente un liquido dal colore chiaro, simile al rum. Non appena ci videro arrivare saltarono in piedi insieme ai loro bei sorrisi. Facemmo le dovute presentazioni, grazie anche alla nostra Putty che traduceva dall’inglese al thailandese e viceversa.

La donna di casa, nonché moglie del vice sindaco, ci mostrò un pentolone nero fuliggine con all’interno un cuscino di riso bianco, che lentamente veniva bagnato per mezzo di un mestolo da un bollente brodo vegetale dal lieve profumo speziato. Era ciò che avremmo mangiato per cena, e in quel momento capimmo che si trattava di un invito, che avremmo cenato tutti insieme lì.

Raggiungemmo un’altra abitazione, posta leggermente più in alto rispetto a quella del vicesindaco. Era di gran lunga più misera, non ne avevo mai vista una così. Nella mia testa si formarono i ricordi dei racconti di mio nonno, storie di un tempo perduto, dove si viveva tutti insieme in una stessa casa fatta di mattoni, terra e paglia. Realizzai che stavo osservando nel duemilasedici quella che era la vita in Italia nel gli anni quaranta. Una sensazione bella, languida e strana. Un’esperienza soggettiva che era individuale e collettiva al contempo, come se per un attimo fossi entrato nella mente dei miei avi, o ancora meglio avessi unito la mia anima alla loro, mantenendo il mio stupore nell’osservare quei luoghi assieme alla sensazione di normalità nel viverli.

Entrati all’interno notammo prima di tutto il pavimento di quella che era assieme cucina e sala da pranzo. Era semplicemente terra, terra pressata, battuta fino a renderla quasi lucida. Seduti su questo pavimento naturale c’erano due donne intente a pulire verdure e preparare la cena, con un calderone che sbuffava di vapore poco più in là. L’accoglienza fu ovviamente calorosa, fatta di ampi sorrisi e grande stupore per quei due forestieri dalle maglie sgargianti color turchese.

Nella stanza successiva, posta su di un piano lievemente rialzato, c’era l’unica ampia camera da letto, dove ogni sera tutta la famiglia divideva il proprio riposo. Questa era pavimentata con assi di legno scuro, quindi per entrare dovemmo toglierci le scarpe – una pratica presente in quasi tutte le culture orientali, e che a mio avviso ha sempre denotato una grande forma di ordine e rispetto.

Notammo subito, all’interno di quest’ultima, altre due porte. Chiedemmo se fosse possibile vedere le altre stanze. Il direttore, che intanto chiacchierava con la padrona di casa, sorridendoci come un padre sorride ad un bambino ingenuo e curioso che non conosce ancora il mondo, ci disse che davano tutte sull’esterno. Perplessi dalla stranezza di vedere due porte nella stessa stanza che davano nel medesimo luogo insistemmo nel chiedere l’utilità della cosa. Lui ci spiegò che ogni casa del villaggio era composta da due porte sull’esterno, una opposta all’altra, così da fare in modo che la luce entrasse al mattino dalla prima e continuasse ad entrare dal lato opposto alla sera. La terza porta invece non veniva mai aperta. Era da lì che sarebbero passati i “fantasmi”.

Guardammo incuriositi Putty che ancora più incuriosita traduceva per noi. Il direttore riprese a spiegare con calma serafica.
La popolazione di Tung Na noi non era thai, bensì Hmong, gente originaria del sud della Cina e insediatasi poi in Vietnam, Birmania, Laos e Thailandia del nord. Questa etnia crede nella reincarnazione e nella possibilità che le anime dei defunti tornino sulla terra per vegliare sui propri famigliari. Per tale motivo la terza porta è una porta sacra – molte volte fissa ed impossibile da aprire – dove passano solo le anime degli antenati intente a prendersi cura dei loro cari.


Mentre Putty traduceva le parole del direttore pensavo a quanto fosse meravigliosa l’idea che qualcuno della propria famiglia, qualcuno che hai amato e che ti ha amato durante la sua vita possa continuare a far sentire la propria presenza e prendersi cura di te. Trovavo l’intera faccenda molto simile al concetto che hanno i cristiani riguardo gli angeli. Pensai che in fondo, tralasciando qualche piccola e insignificante differenza, noi esseri umani siamo tutti uguali.

Ci congedammo con grossi saluti e ringraziamenti, prima di riconquistare la stradina di terra che come un filo rossastro cuciva ogni casa all’altra.
La straordinaria predominanza della natura in quel villaggio ci faceva sentire piccoli e allo stesso tempo protetti e parte del tutto, una parte vitale di qualcosa che potevamo curare e anche sfruttare, ma che al tempo stesso sarebbe tranquillamente esistito anche senza di noi.

La casa successiva era situata più in basso della precedente, ed esattamente nel punto in cui la strada saliva per poi curvare all’estremità e tornare verso il basso. Si trattava di una casa ancora più misera e sgangherata. Era stata messa su con assi di legno semi marcio, tra le quali passava luce attraverso. Coperta da un tetto in paglia e lamiera, sembrava potesse venir giù da un momento all’altro. Di dimensione molto piccola (circa quindici metri quadri) ospitava una signora di una sessantina d’anni e due bambini. All’interno il pavimento era di terra, divisa in due sezioni tramite delle pareti di legno e stracci. Nella più piccola, su di un giaciglio composto di legno e coperte, dormivano i due bambini. Nella sezione più grande c’era un’amaca su cui dormiva la padrona. Qualche seggiola ed un piccolo tavolino era tutto l’arredo di casa.

Nonostante avesse meno denti degli altri, la signora sfoggiava un sorriso di quelli che nelle giornate più grigie possono cambiarti l’umore. Con la sua allegria contagiosa e la sua vibrante vitalità ci mostrò fiera la sua piccola stalla, dove allevava dei maiali dal manto nero, vantandosi del buon cibo che dava loro in pasto – un tritume di verdure, riso e frutta dall’odore fortissimo. Mentre stavamo curiosando in giro la signora scomparve dentro casa, per riapparire poco dopo con un paio di sacchetti di riso bianco appena preparati: erano dei doni per i due stranieri in visita.

È difficile descrivere la sensazione nel ricevere generosamente qualcosa da una persona che, rispetto a te, non ha nulla. Ti fa sentire inopportuno, inadeguato, di certo imbarazzato. Al contempo ti fa sentire la persona più fortunata al mondo. Ricevere qualcosa che per te ha un valore irrisorio da una persona che lo ritiene importante come diamanti, può riscrivere ogni precedente considerazione sul possesso materiale. Perché nel momento in cui le tue mani toccano le sue, nel preciso momento in cui quelle mani fanno scivolare nelle tue quel dono, immediatamente ciò che prima consideravi irrisorio diventa anche per te qualcosa di estremo valore. Per assurdo che possa sembrare, nelle tue mani quel valore sembra crescere a dismisura sino a traboccare, diventando inestimabile.

Riprendemmo quindi il nostro cammino con un sacchetto che dentro conteneva il nostro cuore e il cuore di chi ce lo aveva donato: un cuore impastato con una manciata di riso bianco.

Tornando verso casa del vicesindaco ci imbattemmo in due uomini intenti a battere con dei martelli di legno giganti una sorta di pasta color vinaccia all’interno di un tronco cavato. Intorno a loro le donne del villaggio aspettavano pazientemente il risultato di quello che sembrava un lavoro abbastanza faticoso, ma allo stesso tempo divertente e spensierato. Avvicinandoci meglio potemmo osservare che quella pasta non era nient’altro che riso, del tipo dolce, che pestato in quel modo si trasformava in una pasta collosa dal sapore dolciastro. Per quanto riguarda il colore vinaccia non saprei dire da cosa dipendesse, ma al sapore sembrava fosse stato fatto bollire insieme ad una specie di vino.

Dopo averlo pestato per bene lo avvolsero in una foglia di banano, per poi arrostirlo sulla brace. A cena avremmo poi scoperto che lo “sticky rice” è una delle prelibatezze più gustose della cucina thai.

Ovviamente non potevamo restarcene con le mani in mano, e quindi, sotto l’esplicito invito dei due lavoratori, ci facemmo consegnare i due martelli di legno per poi prendere anche noi a martellare, l’uno di fronte l’altro, alternandoci per evitare di spaccarci i crani e rovinare quel ben di dio.

Le bocche dei presenti si allargarono di sorrisi divertiti. Ad ogni botta equivaleva uno scoppio di applausi e risate da parte di gran parte della comunità, che ormai si era riunita a guardare l’insolita scena di due occidentali che si ammazzavano di lavoro.


Nel tronco rimase infine una sorta di pasta vinaccia dalla consistenza simile a quella che si produce nel lavorare la pizza. Mentre le donne si adoperavano nel raccoglierla in foglie di banano in porzioni quadrate di circa cinque centimetri e con un spessore di uno, gli uomini del villaggio, noi compresi, cominciammo a prendere posto attorno ad un tavolo molto basso – circa una quarantina di centimetri – all’interno della casa del vice sindaco.

Seduti a terra, le gambe incrociate come in meditazione, osservammo l’allegro valzer delle signore del villaggio che rapide ed eleganti rifornivano il tavolo di tutto quello che era stato cucinato per noi, tenendo conto anche della mia avversione a mangiare la carne. Tante piccole scodelle colorate messe l’una di fianco l’altra, con profumi che uscivano in nuvole di vapore sopra di esse, attivavano le nostre papille gustative.

La cena cominciò quando tutti gli invitati furono seduti. Mangiammo zucca cotta in brodo di lemon grass, porzioni di wild chicken alle spezie, verdure simili alla verza con salse al sapore di latte di cocco, peperoncini e tanto altro. Il tutto da aggiungere al classico riso in bianco – dato che in Thailandia tutto quello che si mangia lo si accompagna con riso bianco.

Durante la cena il vicesindaco, nonché padrone di casa, cominciò a far girare un bicchierino con dentro il loro liquore tipico, una specie di whisky ma più leggero. Avremmo dovuto berlo tutti dallo stesso bicchiere, passandolo al proprio vicino di tavolo, secondo tradizione. Solitamente il bicchiere veniva riempito solo metà per evitare di diventare troppo alticci. Nella cultura thai – quella reale e non quella mistificata dalla visione occidentale – non si beve molto alcol. Noi ovviamente non sapevamo che sarebbe stato opportuno berne solo metà, quindi, giunto il nostro turno, vuotammo il bicchiere in un solo sorso, tra lo sguardo sbalordito di tutti.

Il sapore non ricordava nessuno dei nostri liquori. Era qualcosa di diverso, di gradazione leggera ma davvero squisito. Da quanto capimmo era un liquore prodotto lasciandolo macerare in acqua, zucchero, alcol e diverse erbe e pezzi di corteccia d’alberi. Il vicesindaco, che aveva aperto la bottiglia appositamente per noi, vedendo il nostro apprezzamento continuò a passarci bicchierini a profusione, stupendosi ogni volta del fatto che non riusciva a mandarci al tappeto.

La cena nel frattempo continuava, tra bocche piene, aneddoti e risate. Mentre Antonio cercava di fare qualche video con la sua mirrorless, notai che uno degli invitati alla cena, un amico di Putty, mangiava peperoncini freschi intinti nel sale. Erano peperoncini di colore rosso vivo, di piccola dimensione. Li masticava come fossero patatine fritte. Gli chiesi se avessi potuto provare anche io, tra le opposizioni di Putty. Tenendo conto che il giorno dopo avremmo dovuto effettuare la consegna, temeva che avessi potuto sentirmi male. La ignorai, presi il peperoncino, lo coprii di sale e lo buttai tra le mie fauci. Tra i commensali intanto era calato il silenzio, tutti in attesa di vedermi sputare fiamme dalla bocca. Fortunatamente non accadde, dato che provengo da una famiglia di divoratori di peperoncini ben più piccanti di quelli.


Per premiarmi il vicesindaco mi passò l’ennesimo bicchierino di whisky casereccio, spiegandomi che la pratica di mangiare peperoncini nel sale era utilizzata quando c’era poco da servire a tavola, considerando anche che il peperoncino, insieme al riso, erano coltivazioni onnipresenti in Thailandia. Immediatamente mi venne da pensare alla nostra cultura occidentale, fatta di anime che possono rifiutarsi di mangiare questo o quell’altro, seguendo semplicemente i propri gusti e il proprio capriccio, nella certezza che nel frigorifero è possibile prendere e ficcare di tutto, senza pensiero, senza sforzo. Era diverso, lì in Thailandia. Già era tantissimo il poter mangiare quello che madre natura permette, foss’anche solo del riso o del peperoncino.

Alla fine della cena giunse finalmente il momento dello sticky rice, che avevamo contribuito a preparare perdendo un po’ di sudore e qualche vertebra. L’involucro fatto di foglie di banano arrostito emanava un odore misto fra il dolce e l’acre, simile ad erba bruciata. Aperta la foglia la pasta di riso si presentava leggermente croccante all’esterno e pastosa all’interno. Il dolce di riso veniva accompagnato da un miele molto scuro versato in un piccolo recipiente tondo. Neanche a dirlo, una leccornia.

Finito di spazzolare il dessert ringraziammo tutti per la splendida serata e ci avviamo verso casa di Tanin, il direttore della scuola, per goderci un meritato riposo.
Il sonno arriva presto, quando si è in pace. E lì, su di una piccola montagna che ai suoi piedi presenta solo giungla e risaie, e sotto un cielo stellato che mai prima con i miei occhi occidentali avevo visto. Prendemmo sonno in un istante.

4 – Il giorno della consegna

Ci svegliammo nel silenzio più totale, rotto di tanto in tanto dal vocio cadenzato di un’anziana signora che richiamava il figlio all’ordine. Nella stanza, dove la luce faticava ad entrare tra le tapparelle e la fessura centrale del grande portone in legno, passava l’odore dell’erba fresca al mattino.

Spingemmo contemporaneamente le due ante della grande porta, finché il sole, il vento e tutti i suoni della Thailandia esplosero dentro la stanza come un’eruzione vulcanica. Appena i nostri occhi riuscirono a mettere a fuoco il paesaggio immerso nella luce del mattino, provammo la sensazione di essere morti e di trovarci in paradiso. Le montagne di fronte concedevano tregua e riparo ai campi di riso ai loro piedi, mentre le palme immobili s’ergevano maestose nella luce costeggiando la stradina che portava al villaggio. Il mondo che noi avevamo scorto solo la sera prima si dispiegò ai nostri occhi in tutta la sua magnificenza.

Un proverbio racconta che le cose belle vanno guardate con gli occhi del mattino: non c’è nulla di più vero.
Dopo esserci preparati scendemmo giù per fare colazione con gli altri. Chart – il ragazzo di Putty che ci aveva aiutato a caricare il fuoristrada – era già lì che saltava da una parte all’altra della cucina, intento a preparare la colazione. Putty, suo fratello Nuttavut con la consorte Rassamee cominciavano a prendere posto attorno al grande tavolo di pietra. Mangiammo frutta fresca, dolcetti confezionati e caffè americano: cercavano di farci sentire a casa. Mezz’ora dopo eravamo già a scuola, dove il direttore cercava di portare avanti l’organizzazione per la festa della consegna.


La scuola era divisa in cinque edifici. I primi due, che s’incontravano salendo lungo la strada maestra, erano quelli adibiti a laboratori e ad un piccolo ufficio. Di fronte questi s’apriva uno spiazzo in cemento dov’erano sistemati due campetti, uno da pallavolo e l’altro da sepak takraw, versione thailandese della pallavolo, giocata con piedi e braccia. Salendo ci s’imbatteva nel secondo edificio, in realtà due complessi larghi circa cinque metri e lunghi venticinque, con uno spazio centrale nel mezzo coperto da un grande tetto in lamiera zincata, il quale creava uno spazio esterno alle classi dove i bimbi potevano giocare anche durante le estenuanti stagioni di pioggia monsonica. Qui erano situate le classi su di un lato e gli uffici e i magazzini dall’altro.

Più giù, separati dalla struttura scolastica e raggiungibili da una piccola scalinata in cemento, c’erano altri due edifici leggermente più piccoli, adibiti a mensa. Infine, tra le strutture della mensa e quelle scolastiche c’era un discreto campo in cemento da futsal e basket. Una struttura davvero eccezionale, tenendo conto del villaggio in cui si trovava.

Entrammo nello spazio ricavato tra gli uffici e le classi, trovando sistemati in ordine perfetto i trecentotrenta bimbi della scuola. Erano suddivisi in due grandi gruppi, maschi e femmine, tutti seduti a terra con le gambe incrociate, come in meditazione. I due gruppi, organizzati in righe da cinque bimbi, erano l’uno di fianco l’altro rivolti verso il fondo della struttura, dove un palco allestito con striscioni di benvenuto se ne stava lì, ad aspettare la grande festa. Saltava subito all’occhio la straordinaria organizzazione degli insegnanti e l’incredibile educazione dei piccoli studenti, che andavano dai cinque ai dodici anni. Un livello di ordine ed efficienza abbastanza raro, se si pensa alla scuola occidentale.

Man mano che avanzavamo tra i bambini sentivamo l’emozione salire come alta marea. Non riuscivamo a credere che tutto quello per cui avevamo lavorato senza sosta nei mesi precedenti fosse lì per realizzarsi. Gli occhi di quei bimbi s’incrociavano con i nostri in una sorta di valzer, illuminando i volti con ampi sorrisi di gioia.

Sedemmo vicino a Tanin, in una piccola postazione d’onore composta da sedie ed un tavolo in plastica bianca posizionata davanti al palco ma leggermente defilata sulla sinistra, in modo che sia i bimbi che noi avremmo potuto godere dello spettacolo. Uno degli insegnanti, attrezzato con un microfono, prima di iniziare fece intonare una filastrocca a tutti i bimbi, una sorta di poesia con un battito di mani alla fine di ogni strofa.

Fu una meraviglia. Si passò poi alla preghiera, intonata tutti in coro e seguita da un minuto di meditazione. La cosa sconvolgente fu vedere bimbi di cinque anni completamente consapevoli di quello che stavano facendo. Non era soltanto un ordine da eseguire: loro credevano in quel momento, capivano quel momento, godevano di quel momento di pura riconciliazione spirituale.

Dopo la meditazione cominciò ufficialmente l’evento. Iniziò con il discorso del direttore. Parlava di come due stranieri senza nessun interesse materiale o economico verso quella terra avessero raccolto il sostegno di tante persone per aiutare i loro figli. Stranieri, fisicamente presenti e non, che d’ora in poi erano parte della grande famiglia di Tung Na Noi.

Il discorso espresso in thailandese e tradotto dalla nostra amica Putty ci sciolse lacrime che raramente sgorgano in un uomo. Erano lacrime di gioia, di pienezza, gocce d’acqua che rinfrescavano l’anima troppo tempo tenuta arida dalla dimenticanza e dall’oblio occidentali.

Il cuore pompava a mille in noi. Eravamo carichi di energie mai provate. Ci sentivamo vivi, sconvolti dalla gioia e centrifugati in una indescrivibile ed effimera sensazione di consapevolezza nel trovarci in quel luogo, in quel momento. Una percezione rara, al giorno d’oggi. Giorni in cui l’uomo vive distaccato e disassociato da quello che è il contesto intorno a lui, in un tempo di assenza d’empatia verso la terra che si calpesta con i propri piedi. Un tempo di morte dello spirito.

Sul palco salirono bambini e bambine agghindati con i tipici vestiti Hmong – abiti dai colori sgargianti, composti da pantaloni lunghi e una specie di maglia a manica lunga con colletto alla coreana per i bimbi, gonna e maglia a manica lunga con colletto lievemente a V per le bimbe. Entrambi i completi presentavano una fascia rettangolare che cadeva a pendolo dalla vita fin sotto al ginocchio, una sorta di ornamento con i colori a riporto del completo.

Con la musica tipica thailandese diffusa dalle casse, e i bimbi lanciati in coreografie orchestrate dai loro maestri, l’aria si caricò subito di allegria. Ogni singolo individuo sotto quel tetto di legno e lamiera arroventato dal sole asiatico era trasportato dalla frenetica allegria che solo un bambino felice riesce a trasmettere. Leggero come un palloncino gonfiato ad elio, il pensiero non riesce più ad ancorarsi alla razionalità dell’essere adulto, a quella rocciosità che normalmente controlla le menti di un individuo che da tempo ha perso la capacità di volare.

La festa continuò tra canti allegri, balli tipici e discorsi di ringraziamento da parte del personale della scuola, fino al momento più atteso: la consegna dei doni.


La splendida Putty, come per tutto il resto, aveva minuziosamente organizzato la modalità di distribuzione dei regali. Divise i bimbi in due gruppi, i maschi di fronte al palco e le femmine di fronte l’ingresso. Ogni grande gruppo si sistemò in diverse file indiane organizzate secondo la taglia delle scarpe che avevamo portato in dono. I pacchi erano composti da penne di diverso colore, matite, pastelli, quaderni, gomme, un righello, calzini e appunto un paio di scarpe, bianche per le femmine e nere per i maschi. Non restava altro da fare che iniziare a consegnare i pacchi, già preventivamente sistemati di fronte ogni fila. Ad Antonio toccava occuparsi dei doni ai bambini, io di quelli per le bimbe.

Lasciar cadere tra le loro piccole mani quel pacco pieno di matite, pennarelli, quaderni e tutto quello che può essere utile ad un bimbo per studiare – osservando le loro piccole e tiepide mani congiunte in preghiera, la compostezza, il lieve inchino del capo prima di ricevere – è una sensazione che squaglia l’anima. In quel momento, guardandoli negli occhi mentre ricevevano un regalo – ed è certo che di regali così loro non ne ricevono mai – ho capito che si trattava del dono più grande che noi avessimo mai potuto ricevere da queste piccole grandi anime. Un momento intimo e interiore, che pochi in questa vita hanno la fortuna di provare.

È stato in quegli attimi di lucida emozione che ho pensato a come TAKE ME BACK potesse essere destinato a cambiare il mondo della beneficenza, rendendola reale e interattiva, regalando la possibilità di farla vivere a chiunque e nello stesso modo. Ho pensato a come un giorno non molto lontano ci sarebbero stati imprenditori, impiegati, madri e padri di famiglia che nel loro tempo libero avrebbero viaggiato per portare aiuto dove ce n’è bisogno, abbattendo qualsiasi preconcetto e favorendo connessioni tra culture diverse. Dopo aver distribuito fino all’ultimo pacco nelle minuscole mani di quei bimbi ci siamo diretti insieme a loro verso il primo degli edifici della scuola, dove il preside, insieme ad alcuni insegnanti, erano già pronti per l’inaugurazione dell’impianto di filodiffusione appena montato. Si trattava di una inaugurazione in piena regola, con tanto di nastro fucsia e doppie forbici per tagliarlo.

È davvero strano pensarci. Era una vera e propria inaugurazione, vale a dire una cerimonia per un semplice impianto di filodiffusione che per questi umili Hmong diventava un momento storico e sacro.

Al termine del conto alla rovescia il nastro era tagliato. L’applauso di trecento gioiosi bimbi thai sprigionò allegria come un meraviglioso aquilone dai mille colori levatosi nel cielo.

Dopo la cerimonia cominciarono i divertimenti, con sfide sportive al calcio thailandese, calcetto e basket, dove i bambini più bravi sfidavano gli adulti, compresi noi due forestieri. Del loro modo di giocare colpiva la collaborazione e la generosità fra compagni. Attentissimi al concetto di squadra, non si vedevano mai solisti in campo, ma solo e sempre un’orchestra perfettamente accordata.

Ci divertimmo tutti, fu una vera e propria festa.
Dopo le attività sportive eravamo affamati come lupi. La giornata prevedeva di mangiare tutti insieme nella mensa principale. Come nella maggior parte delle culture, anche in quella thai mangiare insieme è la forma più profonda di condivisione e fratellanza.
Scendemmo quindi nella mensa principale, dove solitamente mangiavano insegnanti e alunni delle ultime classi. La struttura era una semplice intelaiatura di ferro che reggeva un tetto in lamiera, con pareti parzialmente aperte in modo da far entrare luce e aria. Data l’occasione speciale Putty aveva deciso di premiare ulteriormente gli studenti donando alla scuola un pasto più ricco del solito, composto di riso con pollo selvatico e un dessert di granita con vari sciroppi ai gusti tropicali.
I bambini erano in estasi. Noi eravamo in estasi. Fummo di nuovo chiamati a distribuire i pasti ai trecentotrenta bimbi thai, uno ad uno, un vero onore per noi. In quel momento notammo di nuovo la straordinaria organizzazione ed educazione di questi bambini. Tutti, dal primo all’ultimo, si sistemarono al proprio banchetto prendendo le sedie dalle pile sistemate lungo la parete, fatta eccezione dei più piccoli che si sedettero a terra. Venimmo quindi a sapere che i bambini guadagnano il posto al banco mensa solo dopo il compimento dei sei anni. Si tratta di una questione di rispetto per chi è più grande, di un vantaggio che si guadagna col tempo. Dopo essersi seduti, i bambini rimasero immobili e composti di fronte al proprio piatto, in attesa dell’ordine da parte delle insegnanti. Nessuno provò ad azzardare un assaggio. Le stesse insegnanti, prima di far scatenare l’orchestra di posate, diedero il via ad una suggestiva preghiera cantata in un coro perfettamente unisono. Era una melodia deliziosa.

Trascorremmo il magnifico pranzo nel brusio gioioso dei bimbi a tavola, un suono e un’atmosfera così semplici e vitali da registrarsi per sempre in noi e probabilmente accompagnarci per tutta la vita.

Dopo pranzo decidemmo di congedarci dalla loro comunità. Fu triste in un modo difficile da raccontare. In quel luogo non ci eravamo solo sentiti a casa, bensì parte di una grande famiglia. Ancor più per averla servita al meglio. Nessuno al mondo avrebbe mai potuto toglierci via la splendida sensazione provata, la certezza fondamentale che ad aiutare qualcuno senza nessun interesse – Nam Jai – poteva far risplendere in noi, nei nostri cuori, l’essenza fondamentale dell’anima umana.

Nam Jai.
Nam Jai.
Un potente senso di unione, comunità e amore, solitamente spezzato nel suo fluire da egoismo e interessi personali, a grave danno della nostra felicità.
Prendemmo dunque i nostri zaini, li caricammo in macchina e partimmo verso il nostro nuovo alloggio, fuori da Tung Na Noi, lontani dalla nostra nuova casa.

Senza sapere quanto il destino fosse di nuovo pronto a sorprenderci, ancora una volta.

5 – Ritorno... in famiglia

Distesi taciturni ognuno nel proprio letto, passavamo mentalmente in rassegna i ricordi di quei due meravigliosi giorni, sorridendo della fortuna di aver provato un’esperienza del genere e lasciando ogni tanto spazio a un po’ di nostalgia verso Tung Na Noi.

All’improvviso ci guardammo negli occhi, contemporaneamente, e realizzammo che non avevamo fatto nemmeno una foto insieme a tutti i bambini e ai maestri della scuola. E pensare che avevamo anche preparato degli striscioni giganti con la scritta TAKE ME BACK e il logo dell’aquilone in bella mostra…

In un primo momento ce la prendemmo con noi stessi. Subito dopo capimmo che nessuno ci avrebbe vietato di tornare il giorno dopo e fare tutte le foto del mondo. Una dimenticanza del caso ci stava regalando quello che più volevamo al mondo: tornare ancora una volta dalla nostra famiglia.

La mattina seguente era calda e soleggiata. L’aria profumava di palme di banano mosse al vento ed il fiume Mekong sotto il nostro ostello gorgogliava regalandoci la giusta colonna sonora per il risveglio.

Caricammo di buona lena il nostro pick-up e partimmo alla volta del villaggio.

Il direttore della scuola ci guardò sorpreso, non appena ci vide tornare. Slargò quindi un sorriso abbracciante e ci accolse di nuovo come fosse la prima volta. Cercammo di spiegargli quello che volevamo fare, e nonostante i divari di lingua – non avevamo l’aiuto di Putty questa volta -comprese immediatamente, assicurandoci che dopo la pausa pranzo avrebbe radunato tutti i bambini nello spiazzo di fronte agli uffici. Questo ci avrebbe regalato un paio d’ore per gironzolare ancora attorno al villaggio.

Ci avviammo quindi per una salita che si spingeva tra le palme di banano verso la sommità della piccola montagna. Al termine, non appena il percorso si faceva più pianeggiante, scorgemmo alla nostra destra una piccola baracca leggermente sopraelevata, simile ad una palafitta. Decidemmo di salire ed entrare.

La minuscola struttura non aveva pareti, ma soltanto un tetto che forniva un piacevole riparo dal sole thailandese. All’interno c’erano attrezzi da lavoro e qualche arnese da cucina, ma la cosa più splendida stava nel panorama. Da lato esposto a est c’era la vista di una magnifica vallata coltivata a risaie. Il colore giallo e verde del riso pronto al raccolto, di concerto con il vento che suonava le spighe al suo tocco leggero, ci fece percepire la vera essenza di quella terra, reale e pura, per quanto coltivata.

In quel momento, completamente immersi nella natura selvaggia in cui l’uomo è ospite e non padrone, fu come vivere un’estasi. Chiudemmo gli occhi e letteralmente respirammo la Thailandia. Gli altipiani e le valli, i monsoni e le piogge tropicali, le risaie e il fiume Chao Phraya… Eravamo stati rapiti, ammaliati, conquistati, e nessuno ormai avrebbe potuto privarci della bellezza e dell’amore che ci avevano circondato.

Dopo la sosta tornammo verso il villaggio. Dato ch’eravamo in anticipo decidemmo di dare un’occhiata nelle classi dei bimbi più piccoli. In effetti, dato che il giorno precedente era stata organizzata la festa per il nostro arrivo e la consegna dei doni, non c’era stata lezione per gli studenti della scuola. Per cui andammo a curiosare i piccoli studenti che svolgevano la loro classica giornata scolastica.

Durante la lezione di lingua ogni bimbo leggeva una breve frase in inglese davanti ad un piccolo microfono, e fu proprio lì che compresi l’importanza di essere tornati. Grazie ad una foto-ricordo non scattata stavamo vedendo i bimbi utilizzare tutto quello che, insieme ai nostri sostenitori, era stato loro donato.

Non esistono parole per descrivere il momento in cui propri occhi diventano coscienti dell’aiuto che agli altri si è riusciti a dare. Quella era la concretizzazione visiva di una idea, di un progetto, di un lungo percorso. Era il viaggio solidale di un unico grande cuore.

Dopo le lezioni i bimbi si recarono a mensa, e noi approfittammo per filmare e fotografare tutti i loro bei faccini mentre pregavano, cantavano e mangiavano. Ogni momento sarebbe diventato materiale che avremmo potuto usare per il nostro documentario finale. In particolar modo rimasi colpito da un dettaglio che mi era sfuggito il giorno prima. Uno dei bambini più piccoli, di circa quattro anni, seduto a terra come tutti gli altri, era affetto dalla Sindrome di Down. Prima di quel momento non l’avevo in alcun modo notato. Questo perché gli altri bimbi si prendevano cura di lui in tutte quelle situazioni che il piccolo, da solo, non riusciva a gestire, celando di fatto ai nostri occhi ciò che in occidente invece sarebbe stata evidenziata come “diversità”.

Tanto più passavamo del tempo a Tung Na Noi, tanto più ci accorgevamo dell’enorme gap che divide, umanamente parlando, le nostre due culture. Un divario che noi finora abbiamo cercato di colmare soltanto con l’idea di fantomatico progresso e l’iniezione di nuova tecnologia, senza pensare minimamente che sarebbe bastato semplicemente accrescere la nostra empatia, annaffiarla ogni giorno come fosse un bellissimo fiore, per renderla più forte e grande dell’individualismo e della paura nei confronti di quello che sembra essere non identico a noi, al nostro sterile credo.

Al termine del pranzo il preside annunciò a tutta la scuola di radunarsi nel cortile centrale. Per farlo aveva utilizzato l’impianto di filodiffusione che era stato donato. Rimanemmo nuovamente esterrefatti dalla velocità e organizzazione degli studenti, che si posizionarono perfettamente in file adiacenti l’una accanto all’altra. Ogni fila risultava ordinata, partendo dal bambino più piccolo fino a quello più grande: un qualcosa d’impensabile da ottenere nell’egoistico e irrispettoso disordine occidentale (e parliamo degli adulti, figuriamoci con i bambini).

Scattammo le foto in un batter d’occhio, girando anche qualche video particolarmente suggestivo con tutti i bimbi che allo “Sciogliete le righe!” si riversarono correndo per le vie del villaggio.

Di nuovo venne il momento dei saluti. Avevamo gli occhi un po’ lucidi, stavolta. Come fossimo sicuri del fatto che non saremmo tornati presto a Tung Na Noi.

È difficile e fa male allontanarsi dai luoghi in cui si è lasciato parte del proprio cuore. Anche il direttore sembrava particolarmente emozionato. Ce lo dimostrò con un leggero abbraccio, quando solitamente, nella cultura thai, non c’è nessun contatto fra le persone durante un saluto, riservando solo un riguardoso inchino.

Girammo le spalle alla scuola, avviammo il nostro Mitsubishi e partimmo senza voltarci indietro. Sentivamo che questa volta era il momento di andare per davvero, che il congedo era perfetto. Nessuna tristezza nel partire, ma solo la soddisfazione di essere tornati a salutare.

Ci ritrovammo a cena con la meravigliosa Putty, che tanto ci aveva aiutato prima e durante la consegna. Seduti in un piccolo ristorante nel quartiere cinese di Bangkok, mentre il vocio ininterrotto si mescolava al rumore tintinnante dei piatti e l’odore della frittura accendeva l’appetito in noi, Putty ci regalò le parole che hanno ispirato questo racconto, due parole che custodirò per il resto della mia vita nel profondo dell’anima: Nam Jai.

Un vero e proprio mantra di fratellanza e amore.
6 – La fine di qualcosa è l'inizio di un'altra

Il nostro viaggio a Tung Na Noi era finito, ma sentivamo che ciò che questa esperienza aveva lasciato dietro sé era solo il riflesso di una scintilla di qualcosa di ancora più grande e importante: la realizzazione di un sogno che aveva finalmente trovato un sentiero, una via da attraversare, una strada tutta sua, mai percorsa da nessuno finora.

Se il rivoluzionario Che Guevara affermava “Non è questo il racconto di gesta impressionanti”, era sempre lui che affermava “Quando si sogna da soli è un sogno, quando si sogna in due comincia la realtà.”

Nostro era il sogno di creare questa moderna forma di beneficenza che unisce il viaggio alla solidarietà, dando vita ad una nuova generazione di viaggiatori che noi chiamiamo Corrieri Solidali.

Grazie a TAKE ME BACK vogliamo che chiunque possa realizzare una piccola missione di beneficenza sotto la bandiera dell’aquilone, non solo donando una somma per una causa – che di per sé è già uno dei gesti più belli possano esistere – ma partecipando attivamente alla realizzazione della missione, superando le proprie paure e tabù, abbattendo qualsiasi tipo di barriera culturale che il mondo moderno, dalla sua parte malata, continua a propinarci.

La fine della missione in Thailandia ha regalato un grande inizio a TAKE ME BACK e ai suoi Corrieri Solidali, fornendo energia, forza e linfa vitale a tutto il progetto.

Noi siamo pronti a rimetterci in cammino.
Siamo pronti per la prossima missione.

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